VERDE CORTINA | La poetica muta della Cortina

Le immagini di Ignacio Maria Coccia sono sempre delicate. Contengono una promessa di sincerità e svelano le buone intenzioni dell’autore: registrare impressioni, offrire suggestioni. Lo sguardo di Coccia è candido, si sottrae alla facile drammatizzazione e rifugge con intelligenza la spettacolarizzazione. L’autore indaga da anni luoghi di dolorose memorie, il Kosovo e i Balcani prima e ora la Verde Cortina, la linea di confine che dalla fine della Seconda Guerra Mondiale ha diviso l’Europa in due aree geopolitiche dominate rispettivamente dall’Unione Sovietica e dagli Stati Uniti. Una separazione durata decenni, fino alla fine della guerra fredda che datiamo per convenzione al magico 1989, anno della caduta del muro di Berlino. Da allora la Cortina di ferro è rimasta una frontiera inviolata a cui la mancata antropizzazione ha consentito un’insolita conservazione del paesaggio nel cuore dell’Europa. Il percorso del fotografo lungo la cortina è visionario, segue i capitoli della narrazione testuale ma divaga costantemente nella scoperta del luogo, nell’incanto degli scenari. Esploratore di un mondo tanto vicino quanto profondamente sconosciuto, Coccia ama questo versante del vecchio continente. Percorre il suo Est – riscoperto o ritrovato­ tratteggiandolo con una fotografia a colori soave, poetica e coerente. L’autore perlustra le tracce visive del passato attraverso i reperti della decadenza: relitti di costruzioni militari inglobate nella natura, torri di cemento che rompono la visione come corpi alieni, testimoni di un’altra era. Nel viaggio che Ignacio Maria Coccia offre allo spettatore si osservano carri armati abbandonati sul ciglio di strade deserte, militi ignoti che sorgono dalle nebbie, stazioni e incroci di binari ferroviari dove sembra che nessun treno sia più passato da anni. Dove siamo? Che anno è ? In questo cammino fotografico gli umani, incastonati nello scenario, sono piccole figure discrete, mai protagoniste del racconto. Tutto è quiete in queste immagini: animali al pascolo e oche a passeggio animano la scena, testimoniando la vita presente. Qui la vegetazione, dopo aver assistito impassibile al destino del Vecchio Continente, ha avuto la meglio crescendo indisturbata senza essere ostacolata dall’urbanizzazione: nel cuore di questa vecchia Europa oggi foreste di abeti e colline verdissime aprono la visione su orizzonti infiniti.

Lo sguardo di Coccia è sentimentale, talvolta malinconico e la fotografia recupera un territorio che dispensa ricordi, conserva echi, affidando alla natura magnifica una taumaturgica missione di riconciliazione.  L’autore affida alla luce e ai suoi umori il compito di restituire le atmosfere, consentendo a ogni frammento di essere parte di un racconto per immagini che suggerisce e stupisce. La poetica muta della fotografia diventa quindi una pausa, nel flusso della narrazione per parole, circostanze, analisi, aneddoti e cronache questo inserto fotografico non è un corpo avulso ma un momento di pacata osservazione che invita alla (ri)costruzione di una storia o della storia, capace di ripercorrere luoghi ed esperienze per appunti visivi.

 Renata Ferri