Offidanità tra sacro e profano

La luce per un fotografo equivale al pennello per un pittore. La cattura, distorce, la filtra, amplifica, talvolta la evita o gli va incontro, con fantasia e sensibilità. Tutto in un attimo. Un solo irripetibile attimo, che va fermato per sempre, capace di creare sensazioni diverse ad ogni successiva visione. Davanti ad una foto restiamo dapprima in silenzio per poi collegarla a ricordi, malinconie, gioie, momenti esaltanti o tristi. I volti di uomini e donne, i gesti, le espressioni, i corpi in movimento, gli scenari immutabili e silenti, ci raccontano tutto e frugano con abilità nei meandri della nostra memoria. In questo eccellente lavoro, la scelta dell’autore ha previlegiato due momenti fondamentali della comunità di Offida (AP), importante cittadina marchigiana e borgo medioevale tra i più belli della penisola: quello religioso e quello ludico. L’offidano, da sempre e con passione, si divide tra loro, tramandandone con orgoglioso rispetto le plurisecolari tradizioni. Da una parte il sacro, con la processione del Cristo Morto del Venerdì Santo, istituita dalla Confraternita (o Compagnia) dei SS. Cuori di Gesù e Maria nell’anno 1770, il Miracolo Eucaristico (1273), il Beato Bernardo da Offida (1604-1694), i riti religiosi nelle splendide chiese e vie cittadine; dall’altra il profano, rappresentato dallo storico carnevale, che si perpetua con manifestazioni uniche come lu bov fint e li vlurd del martedì grasso. Impossibile qui tracciare la lunga storia delle manifestazioni carnevalesche in Offida; rimando il lettore alle brevi note che seguiranno ma soprattutto agli approfondimenti on line, riportati in molti siti o nei testi di storia e tradizioni locali, presso la Biblioteca Comunale; uno fra tutti A zonzo per Offida di Guglielmo Allevi. Basti pensare però che già nel 1524, il settimo capitolo degli Statuta Ophidanorum (statuti di Offida), nella parte riguardante de ferys imponendis et dilationibus cadentibus in ultima dia feriata (le ferie e le dilazioni che cadono nei giorni festivi), contemplavano il divieto di amministrare la giustizia nei giorni delle ceneri e di giovedì grasso. Forse i giudici del tempo se la spassavano un bel po’ e non erano così lucidi per emettere verdetti. Ignacio Maria Coccia ha realizzato splendidi reportage sia in Italia, sia all’estero, con particolare attenzione a quelle zone che hanno sofferto lacerazioni sociali come Kosovo, Ucraina, Albania e recentemente a Berlino. Qui ha documentato la cortina verde, ciò che resta della fascia di confine tra est e ovest ai tempi del muro, oggi spina dorsale di parchi, riserve e aree protette. Coccia è uno straordinario direttore d’orchestra del colore e del movimento. I suoi lavori testimoniano la sorprendente capacità di trasformare momenti normali in unici, di scegliere volti che raccontano storie e luoghi. Questo volume è la sua ultima sinfonia e il teatro scelto per l’esecuzione è la splendida città del serpente, Offida appunto. In ogni foto l’autore coglie l’essenza vera dei momenti caratterizzanti le varie manifestazioni, vivendole da dentro, con partecipazione. Ricordo il nostro primo incontro durante il quale Ignacio espose il suo progetto, al quale ho subito aderito e con enorme piacere. Il mio primo pensiero però è stato quello di proteggere la sua esile figura, avviluppata da reflex, cavi e borse, da quelle situazioni che talvolta si creano in manifestazioni popolari e vivaci, come appunto il carnevale offidano. Avevo fatto male i conti; non di rado ho visto la sua minuta silhouette confusa in gruppi mascherati o sfilare con qualche congrega carnevalesca, piuttosto che a sbicchierare dentro locali e osterie, o svettante tra le fiamme dei vlurd. Era già dentro l’offidanità fino al collo, entusiasta di ciò che vedeva e riusciva a catturare con la sua Canon. È questo il valore aggiunto che traspare nei suoi scatti, che ritengo unici proprio per la sua totale partecipazione emotiva agli eventi. Un’opera unica nel suo genere per stile e scelta dei momenti, che Ignacio ha reso dinamici e mai scontati. Immagini che sembrano prendere vita e animarsi nel momento in cui incrociano il nostro sguardo e che, soprattutto, inorgogliscono la nostra appartenenza al luogo, alla storia e alle tradizioni della terra in cui viviamo. In una parola, offidanità.

ALBERTO PREMICI