Ucraina, ritratto di un paese

2004 | Kyjiv - Ucraina. Un Paese e un'intera cultura stretti tra tradizione e innovazione, tra la persistenza di un passato sofferto ma fortemente condiviso e prospettive di futuro all'insegna dell'accelerazione e del desiderio di omologazione. Il lavoro di Ignacio Maria Coccia si iscrive in una ben nota forma della fotografia documentaria: il ritratto di un Paese. Il suo sguardo, comun denominatore di tanta fotografia di reportage degli ultimi quindici anni, si sofferma su un momento di transizione,volto a testimoniare un mondo in via d'estinzione che sopravvive pur nel clima generale di rinnovamento. Ciò che mi affascina in questo tipo di lavori, anche proprio da un punto di vista storiografico, è il senso di finitezza della realtà che essi emanano, rappresentano istanti storici destinati rapidamente e senza appello a lasciar posto ad altro. Ho spesso come la strana impressione di vederci in trasparenza figure evanescenti che scappano come inseguite. Sono simili alle foto dei dopo guerra. Questa fugacità è spesso colta dai fotografi meglio che da qualunque esperto in scienze sociali. E' l'insostituibile talento della fotografia. Ci viene così offerta la rappresentazione di situazioni che sembrano intrappolate in una dimensione di eterna fissità pur nella consapevolezza che presto avverrà la loro definitiva capitolazione. Si guarda a un vecchio e a un nuovo che coesistono al mondo come bisnonno e nipote. E' ben netta e visibile la distanza tra le consuetudini di sempre e la spinta collettiva al cambiamento. Le fotografie di Ignacio Maria Coccia, documentando in modo pacato la quotidianità rivelano proprio questa dualità di mondi. Gli scenari sono spesso scelti tra i luoghi del transito per eccellenza: strade, autobus, stazioni, ospedali. Questo clima è ben espresso da alcune immagini: una ritrae due ragazzi in un parco, uno cammina in linea retta su una traccia scura ben marcata, l'altro svolta più veloce e a passo lungo, quasi a rappresentare simbolicamente due diverse modalità nel cambiamento. Un'altra fotografia ritrae una giovane donna con il capo coperto nelle Grotte ortodosse, tempio del culto ortodosso a Kyjiv, che appare come smarrita, persa su uno sfondo che sembra girarle attorno vorticosamente. Sono immagini che documentano non tanto la quotidianità dei gesti quanto quella degli stati d'animo. Lo scorrere del quotidiano è osservato in relazione al suo impatto sul sentire collettivo. Il racconto sta in questo. Sullo sfondo una città in rapidissima trasformazione, nella gente sentimenti contrastanti, per molti, quasi per tutti i problemi di sempre. La nuova stazione dei treni sembra una banca svizzera e il centro direzionale va assomigliando per approssimazione a quello delle città del primo mondo; ma l'ospedale maggiore di Kyjiv sembra ancora quello di una piccola povera città e i bambini ammalati di leucemia sono curatia Chernobyl in strutture fatiscenti ai margini delle zone proibite. Orfani, tanti orfani tra istituti e marciapiedi, la zavorra di servizi sociali inadeguati, una ancora forte e persistente devozione per l'ortodossia religiosa. Ma tra la gente, nella città sbucano neon e grattacieli e i marchi occidentali si prendono come per beffa i palazzi storici della centralissima piazza intitolata all'Indipendenza. Un'indipendenza politica conquistata anche al prezzo di una dipendenza economica. Una foto scattata dal basso tra vetrie specchi sembra sottolineare proprio la pericolosa ambiguità del processo. Scorrendo le fotografie ritratti di miti americani del jazz campeggiano nel guardaroba di uno dei locali più alla moda della città, trasgressione impensabile solo qualche anno prima, mentre una giovane ucraina sceglie di posare in una stazione del metrò davanti a uno dei pochissimi monumentali busti di Lenin sopravvissuti in città. Le famiglie fanno pic-nic nei cimiteri per stare vicine ai propri morti. Tra luci e ombre il clima di recenti catastrofi ancora nell'aria, ma nel sorriso dolce e giovane di una verduraia in chiusura di giornata nella sua bottega ai mercati generali o nel guizzo d'occhi neri di un'anziana scrittrice dal viso di matriosca davanti al circolo dei poeti, si esprime tutta la voglia di trovare la forza per farcela nonostante tutto.

Paola Riccardi